Quello che c’è da sapere su John Constantine (1)

« Io sono quello che esce dall’ombra, strafigo e arrogante con soprabito e sigaretta, pronto ad affrontare la follia. Ah, penso io a tutto. Posso salvarvi. Dovesse anche costarvi fino all’ultima goccia del vostro sangue, scaccerò i vostri demoni. Li prenderò a calci nei coglioni. Sputerò loro addosso mentre sono a terra e poi sparirò di nuovo nell’ombra, lasciandomi dietro solo un cenno, una strizzata d’occhio e una battuta sagace. Cammino da solo… Chi mai vorrebbe camminare con me? ».

Quella che qui mi accingo a fare, arditamente (!) e con una certa vanità, è una descrizione analitica del personaggio di John Constantine, alias Hellblazer, il mago supremo dell’universo DC Comics.

Per chi non lo sapesse, come recita Wikipedia: “John Constantine è un personaggio dei fumetti creato da Alan Moore, John Totleben e Stephen Bissette nel 1985, protagonista della serie Hellblazer pubblicata sotto l’etichetta Vertigo dalla DC Comics. La sua prima apparizione risale alla seconda serie del fumetto horror Swamp Thing, durante il ciclo narrato da Alan Moore. In seguito compare ancora sulla medesima testata, e anche in vari episodi di The Books of Magic. Esistono inoltre suoi cameo in alcuni fumetti DC Comics e Vertigo.”

La storia di John è quella di uomo che ha un unico potere, l’intelligenza, un’unica qualità, il realismo, e una sola condanna: la conoscenza. Nato col dono di vedere il mondo per quello che è, e non per quello che vorremmo che fosse o che dovrebbe essere (come direbbe Ambrose Bierce, nella sua definizione di cinismo), si trova a essere un predestinato per l’occultismo, la demonologia e lo spiritismo. In un mondo preso in mezzo tra inferno e paradiso, John deve scegliere, fin da bambino, se far finta di nulla o agire.

La sua vita è un travaglio fin dall’infanzia. Sempre da Wikipedia: “John è nato a Liverpool, in Inghilterra, il 10 maggio 1953. Sua madre, Mary Anne, è morta dando alla luce John e il suo fratello gemello, perché un aborto precedente (imposto dal padre di John, Thomas Constantine) aveva indebolito il suo utero, ma poiché Thomas era incapace di assumersi la responsabilità per la morte di sua moglie, diede la colpa a John e tra i due si sviluppò una profonda avversione reciproca. Mentre era nell’utero, John ha strangolato suo fratello gemello con il suo cordone ombelicale; in una realtà alternativa proposta nel n.40 di Hellblazer, il gemello sopravvive e diventa il mago beneamato che John non è mai riuscito ad essere. Nei primi anni sessanta Thomas, ormai da tempo alcolizzato, viene condannato a sei mesi di carcere per aver rubato biancheria intima dalla vicina di casa: per questo John e sua sorella maggiore Cheryl vengono affidati per poco tempo ai loro zii Dolly e Harry a Northampton, ma ben presto ritornano a Liverpool. All’età di quattordici anni John si appassiona all’occulto e comincia a leggere qualsiasi libro che gli capiti sotto tiro che tratti l’argomento. Quando un giorno John viene espulso dalla scuola per aver iniziato un coro, gridando “Via Demoni! Via!”, il padre, in un accesso di rabbia, accende un falò nel giardino sul retro della casa e getta dentro tutti i libri del figlio. Fu in quel momento che John pensò alla vendetta e dopo aver sottratto alcuni libri dalle fiamme, ne usò uno per lanciare una maledizione sul padre (in pratica legando la vita del padre a quella del cadavere di un gatto): questi si ammalò gravemente e cominciò a deperire lentamente. In preda al panico quando vide suo padre vicino alla morte, John cercò una soluzione e riuscì a salvarlo a malapena (conservando la salma del gatto in formalina), facendolo rimanere debole e raggrinzito. A quel punto John scappò di casa e si stabilì definitivamente a Londra nel 1969, andando ad abitare con Chas Chandler, un giovanotto che è finito per diventare il migliore – e più a lungo sopravvissuto – amico di Constantine”.

A muovere le azioni di John, dunque, saranno sempre 2 fattori: 1) il brutale cinismo generato dalla conoscenza: John sa, John conosce…. E dunque più di chiunque può agire; 2) il senso di colpa, tramandatogli dal padre (e di cui non si libererà mai completamente, nonostante lo esorcizzi col sarcasmo e l’ironica che egli perfeziona fino ad un livello sublime) e rinvigorito dall’episodio di Newcastle, l’evento che segnerà buona parte della sua vita adulta.

Durante l’adolescenza, infatti, John diviene (in virtù del suo carisma – dato dalla conoscenza – e della sua immensa cultura in materia di occultismo e demonologia) il leader di una banda di sfigati, poi dilettanti di un gruppo musicale detto Mucous Membrane. I seguaci di John sono giovani hippies che sognano una vita di avventura sulle sue orme… e si gettano a capofitto nella trasferta di Newcastle ai quali John li invita (divenendo il “Newcastle Crew”).

Newcastle_Crew

Ad attenderli c’è una ragazzina posseduta, Astra, figlia di un vecchio amico di John. John, giovane e pieno di se, ma anche animato di sincera voglia di aiutare l’amico, prova a salvare Astra con risultati disastrosi: il demone Nergal, evocato da John stesso per scacciare quello che possiede la bambina, non solo riesce a portarla all’inferno dopo averla uccisa, ma condanna anche l’anima di John, colpevole di aver fatto degenerare la situazione.

Astra

Il gruppo si sfalda, e John si ritrova solo, con la prospettiva futura del fuoco eterno e con un presente fatto di stenti, miseria, senso di colpa e shock. In breve, John finisce nel manicomio statale di Ravenscar, dove viene brutalizzato e perseguitato come un mostro. La fine di questa esperienza è, se possibile, peggio dell’esperienza stessa: John, viene liberato per ordine di un boss del crimine, che vuole l’aiuto di John per resuscitare il figlio morto…. John, cosciente dell’impossibilità della cosa, ma forzato a risolvere la situazione perché minacciato (il boss tiene in ostaggio le vite della sorella di John e della sua nipotina), si spinge al punto di invocare un demone per far possedere il cadavere del bambino. In questo modo, illuderà il boss dei aver risolto il caso, e salverà la sua famiglia… fino a quando il demone non spezzerà l’incantesimo di controllo a cui John lo ha legato, in un ciclo di episodi spaventoso noto come “Figlio dell’uomo”…..

Ravenscar

Giochi inutili

pigeons-and-chessE’ inutile giocare a scacchi con un piccione perché si può anche essere il campione del mondo di scacchi ma il piccione continuerà a rovesciare tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e camminerà impettito andando in giro con aria trionfante.

Scegliete bene con chi giocare le vostre partite.

Anonimo in rete

Stay satisfied, stay average

steve_jobsUna cosa che mi capita spesso di pensare è che c’è qualcosa di incongruo e idiota nel contrasto tra la montagna di critiche che rivolgiamo alla società che ci circonda (inquinamento e degrado ambientale, sperpero di risorse, disuguaglianze economiche e sociali, guerre, povertà) e gli obiettivi che ci diamo. Prendiamo come riferimento il motto più in voga degli ultimi 5 anni: quello “Stay hungry, Stay foolish” pronunciato da Steve Jobs poco prima della sua morte. Come si può sposare questo invito e addirittura farne un mantra per le masse? Senza temere di fraintenderne il senso, è chiaro che l’invito di Jobs è una strizzata d’occhio ad ogni individuo della società perché “scali la piramide” e, con le sue idee vincenti, costruisca un impero come il suo. Ovvero un invito ad aumentare le disuguaglianze sociali. Se fossimo (siamo) tutti affamati e pazzi, rincorreremmo (rincorriamo) il successo facile del mondo dello spettacolo, o la brama di brevettare qualcosa che ci renda ricchi, o semplicemente (riferito al foolish) ci permetta di andare fuori dagli schemi e cambiare la realtà che ci circonda…. con un occhio primario al nostro personale status sociale e dunque al nostro portafogli. Un mondo di montagne russe, dove si può passare dalla povertà al successo e subito dopo al declino, in perfetta armonia col sogno americano. Un invito all’affermazione individuale, un’apologia del capitalismo. Ora, è del tutto ovvio che di Steva Jobs ce ne possono essere poche decine al mondo, contemporaneamente. Questo non perchè ci sia un limite alla genialità della razza umana, ma perchè il successo è, nella visione alla Jobs, legato al mercato: 20 anni fa i Mac erano un tipo di pc da sfigati, e la Apple andava malissimo, se le cose fossero state così e Jobs non avesse venduto milioni di Iphone, non sarebbe interessato a nessuno il suo pensiero sulla vita umana.

Più in generale, la visione di Jobs si colloca nell’ideale umano (ma principalmente americano nella sua implementazione costituzionale) di “ricerca della felicità”. E’ questa una corrente di pensiero che vuole ogni individuo libero di costruirsi le condizioni migliori per essere, appunto, felice. E, dunque, sebbene la felicità non stia nei soldi, questi di sicuro aiutano ad essere felici, non fosse altro perché garantiscono il benessere, le migliori cure, i migliori servizi. O, male che va, proteggono dall’infelicità legata all’indigenza. Riuscite ad immaginare un mondo pieno di gente realizzata (stile Jobs) e felice? Io no, per un semplice fatto numerico: non ci possono essere decine di migliaia di scrittori di successo, o di imprenditori di successo, o di cuochi di successo, ecc. ecc. La società dei vincenti comprende, ed è anzi principalmente rappresentata, da perdenti. Per ognuno che eccelle ce ne sono altri 1000 che restano nella loro mediocrità. E se Apple vende milioni di Iphone grazie a Jobs, qualche centinaio di ingegneri va a spasso (pensate alla Nokia) in un gigantesco e inarrestabile carosello di ascese e cadute.

Nel frattempo, la popolazione della specie umana, che quando 20.000 anni fa era costituita da poche centinaia di migliaia di individui è stata capace di sterminare intere specie, adesso che ammonta a 7 milioni di individui si indigna per l’orsa Dariza ma chiude un occhio (o entrambi) sul problema della sovrappopolazione e del conseguente declino delle risorse. Forse mi sbaglio, ma il motto di Jobs mi sembra un invito quanto mai lontano da qualsiasi visione della sostenibilità.

Per quale ragione dovremmo essere tutti felici? Se lo chiedevano già gente come Gandhi e Marx, se lo chiede oggi il Dr. House dandosi una risposta simile a quella dei più illustri pensatori: la vita è sofferenza e alleviarla è il massimo che possiamo sperare. Io mi faccio una domanda diversa: è davvero la felicità il meglio che possiamo chiedere per noi stessi? Facendo salva la salute propria e dei propri cari, di cosa è fatta la felicità che tanto desideriamo? Io direi: agiatezza, divertimento, belle esperienze. E, se potessimo avere una vita fatta di agiatezza, svaghi e belle esperienze, potremmo dire di aver avuto una vita degna? Personalmente penso di no, e chiudo questo post con le parole mai abbastanza apprezzate di Albert Einstein, che nel 1931 scriveva: “[…] ogni uomo e’ legato ad alcuni ideali che gli servono di guida nell’azione e nel pensiero. In questo senso il benessere e la felicita’ non mi sono mai apparsi come la meta assoluta (questa base della morale la definisco l’ideale dei porci). Gli ideali che hanno illuminato la mia strada e mi hanno dato costantemente un coraggio gagliardo sono stati il bene, la bellezza e la verita’. Senza la coscienza di essere in armonia con coloro che condividono le mie convinzioni , senza l’affannosa ricerca del giusto, eternamente inafferrabile, del dominio dell’arte e della ricerca scientifica, la vita mi sarebbe parsa assolutamente vuota. Fin dai miei anni giovanili ho sempre considerato spregevoli le mete volgari alle quali l’umanita’ indirizza i suoi sforzi: il possesso dei beni, il successo apparente e il lusso.”

Caro Steve, sono contento che tu sia riuscito a vincere la tua battaglia personale. Per molti versi eri sicuramente una persona geniale. Invitare gli altri a compiere la stessa battaglia, però, mi pare un pò presuntuoso, poco realistico ma molto “ammiccante”.

Vita di un innovatore

Nimzo_with_nonstandard_setNella storia del gioco degli scacchi vi sono molti capi coronati di spine. Anche coloro che rimasero luminosi ebbero una fine oscura. Non si trattò sempre di pazzia, l’ultimo ponte verso l’aldilà per Morphy, Steinitz e Pillsbury, né di inedia, come per Schlechter e Breyer, e neppure di suicidio, come per Swiderski e Bardeleben, tuttavia persino un Lasker, così progredito in campi così lontani dagli scacchi, morì poveramente, ed è ben noto come Alekhine terminò tristemente la propria esistenza.

Paragonata alla loro sorte, la vita di Aaron Nimzowitsch si svolse in modo regolare. Non accumulò ricchezze,  trascorse i suoi giorni semplicemente, si ammalò e morì in età media. Questa è, come direbbe un inglese, “the common cold”, la solita fredda indifferenza della natura che pesa sulla pluralità degli esseri viventi, un destino che solo apparentemente non ha nulla di particolarmente originale. Solo fino a questo punto, dunque, il destino di Nimozowitsch assomiglia a quello dell’uomo medio.

Nel caso di Aaron Nimzowitsch un essere senza particolari caratteristiche ha ottenuto qualcosa di sostanziale e di straordinario grazie ad una “esistenza” degna di rilievo. Le ristrettezze della vita sono state colmate con “tesoro dei poveri”, con un’esistenza spiritualmente ed intellettualmente agitata, con dolore e pena, con “donchisciotteria” e grandezza interiore. Qui Giacobbe ha lottato con l’angelo, si è spezzato le reni, ma non si è arreso. Qui qualcuno ha combattuto, spesso con mulini a vento o con greggi di pecore, ma ha combattuto, ha affermato se stesso e ha opposto fino all’ultimo respiro il “Mein System” alla crudeltà della vita, all’ostilità e all’ingratitudine degli uomini.

Egli ha portato in sé il grande segreto ed ha lottato per essere capito. Come ogni innovatore, ha dovuto accorgersi che tutto ciò che c’è di nuovo comincia col non essere compreso, che si devono subire scherno e derisione, che all’inizio si rimane soli e che occorrono molte rinunce e sacrifici se si vogliono sostenere le proprie tesi. La più grande rinuncia è però il segregarsi dalla comunità, l’isolamento, la solitudine. Essa costringe all’ostinazione, all’egotismo, all’ostentazione del proprio valore, e ciò separa più che mai il solitario dalla comunità, lo rende stravagante.

Questo fu il caso di Nimzowitsch. La sua vita è apparentemente una catena di amarezze; essa fu inspirata solo dall’intimo, ma brilla come un castello fiabesco. A colui che si è riferito solo a se stesso e si è messo in disparte come Nimzowitsch, non può succedere altro che oltre alle ferite, per così dire organiche, della vita, gliene vengano arrecate altre, determinate in misura maggiore dal capriccio del caso.

Aaron Nimzowitsch, Il mio sistema, Mursia, cit. pag. 5-6

 

Il mio ricordo di Giovanni Falcone

falconePer le persone della mia generazione, per quelli nati negli anni 70 come me, l’assassinio di Giovanni Falcone ha rappresentato un’avvenimento integrato nella crescita, un punto di svolta nella fase di sviluppo della propria cultura civile. In questo giorno tanti ne commemorano la morte, in un attentato pazzesco per la sua violenza (i ponti si fanno esplodere in tempo di guerra). In una parola: una strage.

Non riesco nemmeno ad immaginare un evento del genere. Lo scempio dei corpi, il dolore, lo shock dei soccorritori, lo sgomento dei parenti, la rabbia dei colleghi.

Eppure non è questo il mio pensiero più ricorrente. Quando penso agli eventi collegati a quel giorno, poi raccontati negli anni dai media, mi torna sempre in mente il racconto di uno dei superstiti della scorta, Giuseppe Costanza. Egli raccontò che durante il tragitto in autostrada (da me percorsa tante volte, ultimamente) il giudice era alla guida e, parlando con il Costanza, si accordò per lasciargli le chiavi dell’auto dopo l’arrivo a destinazione. Falcone, distratto dai suoi pensieri, fece il gesto di sfilare immediatamente le chiavi per porgerle a Costanza, mentre la loro Fiat Croma era accesa e in movimento. Costanza lo bloccò in tempo, e il ritardo di pochi secondi generato dal brusco rallentamento della macchina li fece tardare di un attimo all’appuntamento con l’esplosione, che investì in pieno l’auto che li precedeva. Costanza, in conseguenza di questo accidente, si salvò con gli altri suoi colleghi seduti sui sedili posteriori. Nell’impatto invece morirono lo stesso Falcone e la moglie, seduti sui sedili anteriori.

Ora, quello su cui rifletto sempre è lo stato d’animo del giudice Falcone, non solo in quegli istanti, ma anche in quei giorni (mesi). Riusciamo ad immaginare lo stato di stress e di tensione a cui deve essere sottoposta una persona per avere disattenzioni del genere? Lo stato di ansia, di apprensione. La testa sempre occupata dai pensieri del lavoro. Il senso (giustificato) di urgenza, di improrogabilità.

Anni dopo, si racconterà che Paolo Borsellino fu spinto dalla morte di Falcone a lavorare a ritmo serrato e a giustificarsi con la sua famiglia dicendo che non aveva tempo, che doveva sbrigarsi. Prima che fosse troppo tardi e toccasse a lui.

Ora, se il mio ricordo ed il mio sentimento di cittadino vale qualcosa, io porterò sempre nel cuore la gratitudine non per il martirio, bensì per aver quasi ogni secondo della propria vita a perseguire una causa di giustizia. Voglio sempre ricordare e commemorare la vita di Falcone, come uomo e come professionista, spesa per il sacerdozio della giustizia, e pagata – prima ancora che con la morte violenta – con le infinite rinunce di un padre, di un marito, di un amico, di un uomo, che aveva messo la sua testa e tutto se stesso in una sfida. Mi pare che la morte sia stato l’ingrato premio per chi ha già fatto un dono troppo grande agli altri. Lo sappiamo apprezzare?