In biblioteca mi hanno detto che dovevo aspettare il turno, che il terminale era occupato. Ho spiegato che non c’era bisogno di terminali informatici, volevo solo un dizionario normale. Cioè normale, cosa intende, mi ha chiesto l’archivista. Eh uno con le parole, insomma, i lemmi, con il significato eccetera eccetera. Sì va bene i lemmi ma in che senso, mi ha chiesto ancora l’archivista. Nel senso, gli ho risposto, di uno di quelli che si sfogliano, cioè voglio dire, le pagine, che a volte è difficile spiegarsi, uno di carta, cioè cartaceo.
Intanto che dicevo cartaceo strofinavo le dita come quando si fa segno dei soldi. Ah, mi ha detto l’impiegata archivista, vuol dire uno tradizionale. Ecco, tradizionale, le ho detto, che spesso gli aggettivi non vengono fuori subito quando li chiami. Allora l’archivista si è messa a digitare sulla tastiera e a guardare molto preoccupata lo schermo. Va be’, mi ha detto, c’è il dizionario completo Melzi linguistico scientifico. Va bene, le ho detto, grazie. Ma mentre dicevo grazie e sentivo il nome del dizionario mi è scattato il meccanismo istrionico. Quando mi scatta il meccanismo istrionico dovrei sforzami di bloccare quella parte del cervello che dà lo stimolo alla parola. Invece niente, quella parte del cervello lì è fuori dalla sfera volitiva e dentro quella concupiscibile. E’ il meccanismo psicologico comunicativo che è, dice Fëdor Pavlovič Karamazov, il papà dei fratelli, un misto di menzogna ed esibizionismo, verità e impostura: solo che Fëdor Pavlovič era contento di questa cosa, se ne vantava e poi beveva dei gran cognac, io invece quando mi capita volan sempre delle gran figure di merda e mi vergogno di una forza che mi impiccherei.
C’era un abate del Diciassettesimo secolo che diceva che il parlare è solo un movimento scomposto del corpo, un difettoso controllo di un orifizio, quello orale, uguale identico al difettoso controllo di ogni altro orifizio corporeo. E solo attraverso il sacro paradigma del silenzio l’uomo può sperare di uscire dal merdone della sua miserabilità. L’abate non aveva detto merdone ma era tanto per inquadrare.
Invece a me tutte le volte che salta fuori qualcosa che mi sembra collegato a qualcos’altro, si accende la lampadina del concupiscibile che comanda automaticamente la parola precisa a come verrebbe fuori a Fëdor Pavlovič Karamazov, cioè mista di menzogna ed esibizionismo, verità e impostura. Per fortuna non mi si accende spesso, la lampadina.
Ho detto alla signorina che mi ricordavo di un certo signor Melzi vissuto a cavaliere tra i secoli Diciottesimo e Diciannovesimo, dev’essere stato un diplomatico, un cancelliere napoleonico ma non sapevo che era anche un linguista: magari non è lui quello del dizionario, ma nel caso lo fosse, ho detto alla signorina che mi guardava come si guarda un pazzo, se ce ne fosse uno un po’ più recente e contemporaneo di dizionario invece che uno napoleonico è meglio, che certi vocaboli, tipo, per fare un esempio a caso, Kammerspiel, ecco parole così come Kammerspiel, o anche Biedermeier, magari sui dizionari napoleonici non le trovi.
Sono frasi a cavaliere tra il ruffiano e l’umoristico, inopportune e sterili, ma quando mi accorgo di averle dette con l’idea di sembrare furbo è già troppo tardi, e invece che furbo son passato da locco. L’archivista infatti ha fatto uno sguardo scettico dispregiativo di compatimento: questo è un volume recente, mi ha detto, c’è anche scritto su Nuovissimo; e mi ha fatto vedere sul monitor che c’era scritto Nuovissimo. Poi si è voltata verso altre bibliotecarie che anche loro avevan seguito il dialogo e facevano degli sguardi scettici dispregiativi di compatimento. Così mi sono andato a sedere al tavolino ad aspettare che mi portassero il vocabolario Melzi e mentre pensavo che sarebbe ora che mi ammazzassi è arrivata la signorina.
Un caratteristica dei dizionari cartacei, che li distingue da quelli virtuali ipertestuali, è che ingialliscono a vista d’occhio.
A vederlo così il dizionario Melzi versione Duemila sembrava vecchio di cento anni. Sono andato subito a vedere se c’era Kammerspiel o Biedermeier, non c’erano; ho provato nella sezione scientifica, niente. Che poi a pensarci bene ho riflettuto davanti alla rilegatura antichizzata del Nuovissimo Melzi, cosa c’entrano Kammerspiel o Biedermeier con la lingua italiana, solo un deficiente poteva pensare di trovarli su un vocabolario di italiano che quelle parole lì, novanta su cento, son parole tedesche. Mi son messo allora a sfogliare il dizionario per puro diversivo, se c’era magari qualche neologismo spinto o qualche parola vergine metalinguistica o qualche definizione obliqua. Tipo vicino a dove doveva esserci Biedermeier c’era bidè. Spiegazione di bidè: mobil da cesso. Che riflette un tipico modulo linguistico postmodernista che associa un pezzo di nomenclatura arcaica, come mobil, con un frammento futurista, come cesso. Poi una parola strana con una spiegazione ancora più strana: Biffa, pertica che si pianta in terra adattandovi in cima qualche oggetto bianco. Che chissà cosa vuol dire, cioè che interesse c’è, ho pensato, a dare un nome universale a una pertica che uno pianta per terra e ci attacca su degli oggetti bianchi, e chissà perché solo bianchi, che se eran neri o gialli non si chiamava più biffa. Misteri linguistici dell’era contemporanea. Sarebbe come dare un nome universale poniamo a un pezzo di legno con incollata su poniamo una dentiera: potrebbe essere un’opera scultorea, e allora puoi metterle un qualunque titolo, Orfeo ed Euridice, oppure Cariddi sulla rupe di Messina, o un’opera new age con un nome del tipo Gabbiani oppure Crepuscoli o Inquietudini, non so, ma se non serve a niente da un punto di vista pratico che cosa conta inventare un nome, che poi è un po’ quello che dicevano i filosofi analitici. Eppure questo è il postsimbolismo del linguaggio e allora quell’oggetto strano di legno con incollata una dentiera si chiamerebbe ad esempio sgrunfola e ne dizionario leggeresti: Sgrunfola, s.f., frantume ligneo color indaco recante all’apice una dentatura posticcia; dico color indaco perché si può decidere che il frammento ligneo sia solo di colore indaco, che se è di un altro colore allora non è più una sgrunfola. Intanto che pensavo al postsimbolismo del linguaggio ai filosofi analitici e alla sgrunfola sfoglio e vedo Frombola, borsetta di rete con funicella che serviva a scagliar pietre, che anche qui, non so cosa dire, il linguaggio del millennio in corso è strano; è vero che io son sempre un po’ polemico intransigente verso il linguaggio contemporaneo ma se una cosa è strana è strana. Eppure questo è il postsimbolismo del linguaggio e allora quell’oggetto strano di legno con incollata una dentiera si chiamerebbe ad esempio sgrunfola e nel dizionario leggeresti: Sgrunfola, s.f., frantume ligneo color indaco recante all’apice una dentatura posticcia; dico color indaco perché si può decidere che il frammento ligneo sia solo di colore indaco, che se è di un altro colore allora non è più una sgrunfola. Intanto che pensavo al postsimbolismo del linguaggio ai filosofi analitici e alla sgrunfola sfoglio e vedo Frombola, borsetta di rete con funicella che serviva a scagliar pietre, che anche qui, non so cosa dire, il linguaggio del millennio in corso è strano; è vero che io son sempre un po’ polemico intransigente verso il linguaggio contemporaneo ma se una cosa è strana è strana. […].
Sfoglio ancora e trovo Musica, con tavola illustrativa strumenti moderni: corno di caccia, zampogna, tromba di cavalleria, filicorno, tromba d’armonia, piva, tamburino basco, gironda, grancassa con battente a piatto. Poi vado sulla L e trovo lisciaiola: tessitora di tele lisce.
Lira è stata l’ultima parola che ho guardato sul dizionario Melzi: moneta d’argento del valore di cento centesimo. C’era anche Euro: vento orientale, scirocco.
Paolo Colagrande, Kammerspiel, cit. pag. 48-53